Alluvioni: bisogna adattarsi

(Prof. Francesco Ballio, Politecnico di Milano)

 

Francesco Ballio

“How many years can a mountain exist – before it is washed to the sea?” ["Per quanti anni può sopravvivere una montagna – prima di essere dilavata verso il mare?"]. Questo bel verso di Bob Dylan, preso in senso letterale, coglie l’essenza di quello che noi chiamiamo rischio idrogeologico: l’evoluzione del territorio è un processo naturale ed inevitabile, è solo questione di tempo. Quanto tempo? Nell’insieme sono processi di lunghissimo periodo, “tempi geologici” come si suole dire, che quindi non ci preoccupano. Ma, a livello di dettaglio possono avvenire evoluzioni significative anche su tempi del tutto umani, che vanno dalle poche ore al centinaio di anni: un pezzo di versante crolla, l’acqua invade temporaneamente terreni normalmente asciutti, il corso di un fiume cambia, una zona di pianura si abbassa o alza progressivamente.

Più di quanto ci fossimo immaginati nel passato, ci stiamo rendendo conto che le nostre strategie di mitigazione del rischio idrogeologico devono essere in grado di adattarsi ai cambiamenti: del territorio, innanzitutto, che comunque si modifica, nonostante i nostri interventi e, a volte, a causa di essi; ma anche i cambiamenti delle pressioni antropiche, del nostro desiderio di utilizzare il territorio; e, da qualche anno, i cambiamenti climatici, che stanno modificando le caratteristiche delle forzanti naturali. Accanto alle tradizionali opere di difesa, per loro natura poco flessibili, è importante allargare il ventaglio delle soluzioni dando maggior importanza alla pianificazione territoriali, alla pianificazione e gestione delle emergenze, alla progettazione di strutture e infrastrutture meno vulnerabili ai fenomeni alluvionali. Tali azioni sono tipicamente molto più adattative rispetto ai cambiamenti del sistema; certo, non necessariamente impediscono l’avverarsi dell’alluvione ma, perlomeno, possono mitigarne gli effetti e, prima di tutto, evitare le perdite di vite umane.

Quale il ruolo della tecnologia, in tutto ciò? Da sempre ci fornisce gli strumenti e le infrastrutture per il monitoraggio ambientale, base indispensabile per la conoscenza e il controllo del territorio e dei processi che lo coinvolgono. Lo sviluppo degli ultimi decenni sempre più ci permette di misurare le forzanti e modellarne gli effetti in tempo reale, fornendo scenari evolutivi utilizzati per la gestione dinamica del rischio, a supporto delle decisioni in emergenza. Tali potenzialità pongono nuove sfide nella mitigazione dei rischi, richiedendo un approccio più complesso rispetto alla protezione passiva offerta da, diciamo, un argine; in compenso la tecnologia richiede tipicamente investimenti molto minori, offrendo ottima adattabilità ai cambiamenti climatici, territoriali, sociali.

Conclusione: non esistono risposte semplici ai problemi complessi, quali quelli posti dai rischi naturali. O, per dirla alla maniera di Bob Dylan, “the answer is blowing in the wind”. Acchiapparla non è facile.

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